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Il
“Mobbing”, incluse le sue varianti, è l’aggressione
sistematica e continuativa che viene attuata contro un
lavoratore con diverse modalità e gradualità e con chiari
intenti discriminatori dal datore di lavoro o da un suo
preposto o da un superiore gerarchico oppure da suoi colleghi
e/o sottoposti con la tolleranza dell’azienda dove opera il
soggetto aggredito. Pertanto l’attività discriminatoria del
“Mobbing” è protesa ad emarginare e/o ad estromettere
(licenziamento o dimissioni forzate) il lavoratore dal proprio
ambiente di lavoro allo scopo di arrecargli un danno
psico-fisico, morale ed economico.
Il mobbing, all’inizio, si può manifestare nelle forme più
svariate ed il mobber (colui che fa mobbing) può essere
chiunque: dal collega geloso, al capo nevrotico o frustrato,
all’azienda che lo usa come strumento di gestione del
personale; qualunque sia la forma iniziale in cui si manifesta
il mobbing, dopo un breve periodo il fenomeno viene sempre
gestito direttamente dall’azienda, ragione per cui le
vessazioni non finiscono più se non con l’estromissione
dall’ambiente di lavoro del mobbizzato (colui che subisce il
mobbing).
La cosa più grave che si verifica durante tutto il processo
attuativo del mobbing non è tanto l’esistenza di chi non
rispetta leggi, norme, dignità e vita umana sui luoghi di
lavoro, quanto la presenza di chi, con i propri atteggiamenti
e le proprie scelte, favorisce il processo diventando terreno
fertile su cui prosperano le aggressioni e le violenze
psicologiche sui lavoratori.
Il mobbing, oltre ad essere una grave lesione dei diritti del
singolo lavoratore, danneggia le aziende per una ridotta
efficienza e produttività mentre nel contempo è nocivo
all’equilibrio sociale per le conseguenze sul piano
sanitario ed assistenziale che inevitabilmente comporta. Il
mobbing ogni anno costa alla collettività circa il 190% della
retribuzione annua lorda di ciascun mobbizzato. |