Mobbing: come difendersi
Complesso dei "Dioscuri al Quirinale"
Roma 30 gennaio 2004
Mirco Tosi
Presidente MIMA
Il MIMA- Movimento Italiano Mobbizzati Associati- è un’associazione nata nel 1999 dall’unione dei movimenti spontanei di mobbizzati, che hanno voluto organizzarsi, dandosi una struttura organica nazionale per potersi difendere dallo stupro psicologico sui posti di lavoro: un fenomeno meglio conosciuto come mobbing.
Il MIMA è un’associazione creata e gestita dai mobbizzati per i mobbizzati che, in modo pionieristico e sperimentale, rappresenta e difende gli interessi diretti dei lavoratori ed indiretti delle loro famiglie coinvolte; il lavoro del MIMA si è sviluppato non ostante la mancanza di fondi e di sostegno da parte delle strutture sindacali, governative, eccetera. Tra le varie finalità associative vi è quella di volere superare il pregiudizio individualistico mediante l’informazione, la formazione, la prevenzione, il sostegno e la solidarietà per tutti i lavoratori mobbizzati. Il pregiudizio individualistico si ritrova, ad esempio, in quei soggetti che assistono allo sviluppo dei comportamenti mobbizzanti, senza intervenire, adottando una strategia quasi di mimetismo, come se ignorassero o non fossero consapevoli fino in fondo di quanto sta avvenendo sotto ai loro occhi. Tale elemento spesso sfugge a chi osserva questo fenomeno, non certo a chi lo subisce. Dietro questa apparente passività dei cosiddetti side-mobber è possibile riconoscere comportamenti e atteggiamenti che non sono neutri, ma che sono, piuttosto, il frutto di una scelta, sia individuale sia organizzativa. Il ruolo degli spettatori, infatti, è importante perché finiscono per aiutare il mobber a realizzare il suo disegno di distruzione psicologica della vittima. Essi svolgono una funzione importante nel ribadire il senso e la condizione di isolamento della vittima del mobbing; allo stesso tempo, proprio con la loro apparente "neutralità" negano la gravità della situazione che si sta creando o che si è già creata attorno al mobbizzato.
Per questioni di spazio tralasceremo di parlare di coloro che con vere e proprie azioni di sciacallaggio tentano, con buona percentuale di riuscita, di sfruttare la posizione di debolezza del mobbizzato, per trarne vantaggi personali. Più grave è invece la mancata assunzione di un ruolo attivo nella prevenzione e nella repressione del fenomeno del mobbing da parte di coloro che ne avrebbero il compito istituzionale.
L’esperienza diretta del MIMA ci ha confermato ripetutamente che spesso, troppo spesso, i responsabili istituzionali scelgono di non prendere una posizione né tanto meno di intervenire contro il mobbing. Anzi, di solito, si adotta un atteggiamento di fatalismo dove le condotte mobbizzanti appaiono come qualcosa di ineluttabile contro cui nulla possono le proteste dei lavoratori vessati.
Ma procediamo con ordine. Quando un lavoratore, sottoposto a mobbing, riesce a prendere finalmente coscienza di quanto gli sta accadendo, si trova davanti ad uno stato avanzato di degenerazione della situazione. In altre parole, quando il lavoratore capisce di essere oggetto di mobbing, la sua condizione di vittima si è già cristallizzata, consolidata. Il lavoratore, all’inizio, non si rende conto di quanto gli sta accadendo, proprio perché il mobbing non ha una connessione con aspetti valutativi oggettivi, come le prestazioni professionali o i risultati ottenuti.
Quando il lavoratore prende coscienza dei comportamenti mobbizzanti attuati nei suoi confronti, cerca dapprima di trovare spiegazioni logiche nella stessa azienda dove lavora trovandosi spesso davanti al cosiddetto "muro di gomma". L’azienda di solito non risponde, non interviene; l’azienda si appropria del mobbing , utilizzandolo come strumento di gestione del personale
E’ naturale che il lavoratore mobbizzato cerchi aiuto nel Sindacato. L’esperienza dei mobbizzati ci ha confermato ripetutamente che, nel migliore dei casi i sindacalisti restano immobili, distratti, insensibili alle richieste d’intervento per situazioni che scaturiscono da oggettive inadempienze aziendali alle vigenti leggi e normative che regolano il rapporto di lavoro. La conseguenza è che i mobbizzati sentono in modo profondo, lacerante, l’assenza del sindacato di fronte a chi calpesta la dignità e la vita umana nei luoghi di lavoro.
I mobbizzati si rivolgono al MIMA perché sentono la necessità di confrontarsi, di analizzare i processi sociali in cui sono coinvolti, di unire le loro forze al fine di lottare per trovare una soluzione non solo al loro problema personale ma anche al problema più ampio della violenza psicologica in ambito lavorativo.
Così al lavoratore, sottoposto a mobbing ed ignorato dai sindacalisti, non resta che adire alle vie legali con la fiducia che in tempi relativamente brevi, come prescrive la legge, si troveranno soluzioni alle costanti vessazioni che gli hanno sconvolto la vita.
Vorrei qui sottolineare che tale opzione crea una frattura insanabile tra l'azienda ed il lavoratore e che il mobbizzato ricorre a questa soluzione quando è arrivato ed ha superato la soglia del livello si sopportazione, dopo aver tentato di percorrere tutte le strade possibili. Molto presto avrà l’amara sorpresa che la Magistratura, ignorando norme che dovrebbe fare rispettare, pone lui, parte debole della controversia, in condizioni insostenibili ed inaccettabili per un Paese che ama definirsi la culla della civiltà giuridica. Tale concetto sarà ripreso nella parte riguardante la repressione.
Al nostro mobbizzato con l’autostima a pezzi, ignorato dai sindacalisti, parcheggiato dal sistema giudiziario e privo di una specifica legge che lo protegga, almeno sulla carta, non rimane che denunciare pubblicamente quanto gli sta accadendo e pertanto si rivolge ai mass media. In effetti oggigiorno ne trova tanti disponibili a pubblicare la sua storia, ovviamente manomessa per fini giornalistici (scoop) e soprattutto presentata in modo da non nuocere minimamente all’immagine delle aziende dove si pratica mobbing. In questo caso l’Informazione e la Libera Stampa sono tranquillamente sacrificate per fini economici nel caso di aziende private (quale testata rinuncerebbe, per esempio, ai proventi della pubblicità di un’azienda messa al bando?) ovvero per fini di opportunismo in caso di aziende pubbliche dove molto spesso si riscontrano delle corresponsabilità di ministri competenti che, chiamati in causa dai mobbizzati, ignorano il fenomeno lavandosene le mani.
Per completare il quadro della situazione manca solo l’aspetto sanitario. Il Servizio Sanitario Nazionale per le devastanti patologie conseguenti al mobbing offre ad un milione e mezzo di pazienti:
Due centri diagnostici efficienti su tutto il territorio nazionale;
Nessun centro terapeutico;
Pochissimi medici che a tutt’oggi hanno ottemperato a quanto disposto dall’art.103 del testo unico di sanità (obbligo di denuncia) e dall’art. 365 Codice Penale (obbligo di referto) con conseguenze deleterie per i mobbizzati;
La mancata realizzazione a tutt’oggi di una seria mappatura di rischio da parte del ISPESL che è un organismo dipendente dal ministero della sanità.
Questa è l’analisi, a grandi linee, della situazione vissuta da noi mobbizzati, cittadini di una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Il mobbing
Il mobbing, da quanto detto, non è una malattia, non è una molestia o uno stupro sessuale, è uno stupro psicologico generato e/o alimentato da un clima aziendale patologico unito ad una gestione del personale nevrotica, atto ad allontanare un lavoratore dal proprio posto di lavoro per dimissioni o per licenziamento per giusta causa. Attenzione perché non tutto è mobbing. Si parla di circa 1,5 milioni di mobbizzati in Italia (12 milioni nell’Unione Europea) ma sono numeri non provati statisticamente in quanto l’ISPESL, come già detto, anziché fare una seria mappatura del fenomeno, come si era impegnata con noi, cerca solo i "riflettori della ribalta" sfruttando questa o quella occasione buona solo ad un ritorno d’immagine.
I costi del mobbing
Un mobbizzato costa alla Società il 190% della sua RAL (Retribuzione Annua Lorda). Jan Andersson, relatore della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali del Parlamento Europeo, scrive: "Il mobbing sul posto di lavoro può comportare in generale costi sotto forma di diminuzione dell’efficienza e della produttività, di una maggiore frequenza delle assenze per malattia e della motivazione personale. A ciò si possono aggiungere costi come, ad esempio, un peggioramento della qualità, dell’immagine dell’impresa e la perdita di clienti. A livello sociale il mobbing può comportare costi dovuti a cure mediche e psicologiche, all’assenza per malattia e al prepensionamento."
In conclusione possiamo dire che, sia il mobbizzato un dipendente pubblico o un dipendente privato, tutti i costi si scaricano sui cittadini clienti/utenti sotto forma di maggiori tasse/ minori servizi sociali o sotto forma di aumenti per acquisti di prodotti.
La prevenzione
Il Parlamento Europeo al punto 12 della sua relazione finale n° A5-0283/2001 dichiara: "Si raccomanda agli Stati membri di imporre alle imprese, ai pubblici poteri nonché alle parti sociali l’attuazione di politiche di prevenzione efficaci, l’introduzione di un sistema di scambio di esperienze, e l’individuazione di procedure atte a risolvere il problema per le vittime e ad evitare che esso si ripresenti; raccomanda, in tale contesto, la messa a punto di un’informazione e di una formazione dei lavoratori dipendenti, del personale d’inquadramento, delle parti sociali e dei medici del lavoro, sia nel settore privato che nel settore pubblico; ricorda a tale proposito la possibilità di nominare sul luogo una persona di fiducia alla quale i lavoratori possono eventualmente rivolgersi."
In realtà già abbiamo un ottimo strumento per la prevenzione: il decreto legislativo 19 settembre 1994 n°626. Tale decreto, che prescrive misure per la tutela della salute e per la sicurezza dei lavoratori durante il lavoro in tutti i settori di attività privati o pubblici, è stato adottato in tutti gli stati membri dell’Unione europea. In altre parole in Europa tutti lo applicano meno che in Italia dove annualmente si verificano oltre un milione di incidenti sul lavoro con circa 30.000 invalidi permanenti e oltre 1.200 omicidi chiamati "morti bianche".
Dunque la prevenzione da noi è presa poco in considerazione; tuttavia crediamo fermamente nella sua efficacia a condizione che sia inserita in un quadro più completo d’intervento che prevede, prima di tutto, l’informativa sociale seguita dalla formazione da cui deriva la prevenzione che se non applicata fa scattare la repressione. Nessuno di noi si augura di vedere applicare la repressione in quanto a quel punto il danno è già stato fatto; ma riteniamo sia necessario avere una repressione efficace per evitare che si omettano gli altri interventi preventivi.
La repressione
Quando parliamo di repressione parliamo di Giustizia e la Giustizia in Italia non funziona. Lo Stato ha rinunciato ad amministrare la Giustizia trasformandosi da Stato di diritto in Stato di fatto. La storia dimostra che tale situazione è molto pericolosa in quanto porta inevitabilmente alla nascita ed alla crescita di organizzazioni che si sostituiscono allo Stato assente, e la dimostrazione che questo Stato è assente ci è fornita da quanto avviene quotidianamente nella gestione della Giustizia.
All’apertura dell’attuale anno giudiziario siamo stati informati che ci sono 8,5 milioni di processi arretrati non definiti. I Tribunali del lavoro per smaltire la propria parte di cause arretrate sorvolano tranquillamente su norme, leggi, codici e quanto altro necessita per trasformare una farsa in un giudizio equo. A tale proposito possiamo citare il generalizzato mancato rispetto dei tempi del processo del lavoro previsti dall’art. 415 c.p.c., ormai tanto biblici quanto dannosi per il lavoratore, parte debole del contenzioso. Non dobbiamo dimenticare l’ignorare i diritti sanciti per chi promuove una causa di lavoro, il cosiddetto "attore"; diniego da parte delle cancellerie di vedere o avere copia degli atti processuali, accesso negato nell’aula di giudizio quando si discute il caso dell’attore, acquisizione di documenti da parte dei testi, verbali d’udienza fatti redigere dal primo che passa, magistrati che, durante le udienze, prestano poca attenzione all’oggetto della causa in quanto distratti da altri operatori per altre cause, l’istruttoria non era riservata?; magistrati che prestano poca attenzione agli stati di salute denunciati e provati con certificazioni e perizie mediche; sentenze dove si evidenziano fatti di cui non sono stati ammessi alla discussione i relativi capitoli di prova; sentenze in cui si disquisisce sul mobbing al solo fine di farsi pubblicità; ecc. ecc.
E’ evidente che tutta questa situazione allontana il cittadino dal giudice che perde autorevolezza e acquista autoritarismo: è la fine della Giustizia.
Perché una legge
Nel caos appena descritto una legge sul mobbing appare inutile ed in alcuni casi dannosa. Il MIMA, in contrapposizione con le tesi delle OOSS e dei loro sostenitori, ritiene necessaria ed indispensabile una legge per prevenire e reprimere il fenomeno del mobbing; tale convinzione scaturisce dalla necessità di informare, formare ed evitare nel modo più assoluto che siano i tribunali, in mancanza di norme, a legiferare attraverso una serie di sentenze su casi individuali.
Anche l’Unione europea chiese agli Stati membri di legiferare entro l’ottobre 2002: "Il Parlamento europeo esorta gli Stati membri a procedere a esaminare, e, se del caso, ad integrare, la propria legislazione vigente sotto il profilo della lotta contro il mobbing e le molestie sessuali sul posto di lavoro, nonché a verificare e a caratterizzare in maniera unitaria la definizione della fattispecie del mobbing".
Ovviamente l’Italia non ha ottemperato a tale esortazione neppure durante l’ultimo semestre di Presidenza dell’Unione.
In mancanza di una legge
L’INAIL è stata sollecitata ad intervenire sul problema da molte parti, soprattutto da parte dei Sindacati.
Con circolare n° 71/03 del 17/12/03 l’INAIL ha normato il mobbing quale malattia professionale.
Il MIMA, fortemente preoccupato dalla riconduzione del fenomeno ad un mero problema assicurativo, non prende in alcuna considerazione la pochezza riservata dall’INAIL al risarcimento del danno. In altre parole il mobbing viene considerato soltanto per gli effetti devastanti che ha sui soggetti colpiti, e poiché le aziende sono assicurate possono fare ciò che vogliono in virtù del fatto che i danni sono coperti dall’assicurazione.
Il MIMA ha stilato nel 1999 un decalogo di autodifesa per salvaguardare, quanto più possibile, il lavoratore dagli attacchi di mobbing.
Perché oggi il mobbing prolifica
Il mobbing è sempre esistito. Nel passato i casi erano rari e circoscritti mentre attualmente sono tantissimi e diffusi in tutti gli ambienti di lavoro.
Riteniamo che la causa di tutto questo sia da ricercare nella evoluzione dell’economia mondiale (globalizzazione dei mercati) che ha stravolto le regole del mondo del lavoro trovando troppo spesso impreparato il managment. Attraverso un lungo processo, involutivo per le risorse umane, si è giunti a considerare antieconomico un lavoratore con contratto a tempo indeterminato; la conseguenza è la ricerca dell’estromissione del soggetto dall’azienda e la soluzione, se non vi sono più ammortizzatori sociali, si ricerca nel mobbing.
Contemporaneamente al processo, sopra descritto, si considera economico l’utilizzo di lavoratori con contratti a tempo determinato; a lungo andare questi lavoratori precari rischiano di sentirsi demotivati, irrealizzati, sfruttati, depressi con la conseguenza di avere buone possibilità di entrare in quella sfera psicotica chiamata born out.
Sicuramente qualcosa non funziona e sta inceppando il sistema socio economico.